4 giugno 2011

Batterio killer: E. coli e la riscossa del rame in cucina

Su una superficie di rame asciutta 10 milioni di batteri E. coli vengono eliminati in 10 minuti
L'epidemia da E. coli sviluppatasi in Germania ha portato le autorità sanitarie di tutti i paesi a sottolineare come il lavarsi le mani e l'attenersi a una preparazione igienicamente attenta degli alimenti debba rappresentare la prima misura da osservare per evitare il rischio di infezioni da E. coli.

Un'altra cosa a cui bisogna fare attenzione è non provocare un trasferimento di batteri da un cibo all'altro, cosa che può succedere se si pone un alimento contaminato su un piano di lavoro e successivamente se ne appoggia un altro senza una adeguata pulizia. A ricordarlo è Bill Keevil, direttore della divisione di microbiologia e dell'Unità di salute ambientale dell'Università di Southampton, che aggiunge un suggerimento.

"E' stato appena completato uno studio sull'efficacia del rame contro i nuovi ceppi di E. coli. Anche se non aveva di mira specificamente il ceppo O104, tutti i ceppi studiati sono rapidamente morti sul rame."

L'uso di superfici d'appoggio in rame ridurrebbe quindi drasticamente il rischio di contaminazioni incrociate fra alimenti: su una superficie di rame asciutta lo studio ha mostrato che 10 milioni di batteri E. coli vengono eliminati in 10 minuti, mentre se la superficie è umida il tempo è di circa 45 minuti. Questa proprietà è condivisa anche dalle leghe, come il bronzo e l'ottone.

Da:"Le scienze"

27 marzo 2011

Il futuro del nucleare sono le centrali al torio?

Grande disponibilità di materia prima, basso costo, grande energia con scorie molto meno pericolose. Allora dov'è il trucco?

Potrebbe essere nel torio la risposta ai problemi di energia del futuro. La tecnologia legata a questo particolare minerale potrebbe infatti rappresentare il giusto compromesso di sicurezza e di rispetto delle problematiche ambientali che riuscirebbe a convincere anche il più acerrimo ambientalista. Usare torio al posto dell’uranio arricchito per far funzionare centrali nucleari è infatti una tecnologia già ampiamente utilizzata, conosciuta, studiata e anche collaudata che presenta una serie di vantaggi economici e anche ambientali. Ma anche di svantaggi.

Nel mondo esistono abbondanti riserve di torio e il costo del combustibile sarebbe davvero molto basso. Inoltre le riserve di questo materiale sono presenti un po’ ovunque e questo metterebbe al riparo da eventuali strozzature di mercato. I reattori alimentati a torio poi produrrebbero una serie di scorie che non solo potrebbero essere riutilizzate per alimentare altri reattori, ma sarebbero anche molto meno pericolose di quelle prodotte da reattori ad uranio dell’ordine di diverse potenze in meno. Eppure nonostante tutti questi apparenti vantaggi solo pochi paesi hanno sviluppato questa speciale filiera nucleare: l’I ndia, ora la Cina e, in un certo senso anche il Canada. ” Il motivo per il quale questo tipo di tecnologia non è stato sviluppato – spiega Ezio Puppin, presidente del Consorzio Interuniversitario scienze fisiche della materia (Cnism) - sono essenzialmente legati alla storia del nucleare, che ai primordi è stato sviluppato per produrre plutonio e altro materiale utile alla fabbricazione di testate nucleari".

Ma ci sono anche altri motivi, anche se non si tratta di problemi insormontabili. Si tratta di problemi essenzialmente legati ai costi di gestione più elevati del ciclo del combustibile nucleare. “ Se infatti per alimentare un reattore tradizionale – spiega Giuseppe Forasassi, presidente del Consorzio interuniversitario di ingegneria nucleare (Cirten) e docente all'università di Pisa – basta semplicemente raffinare un po’ il minerale estratto dalla miniera, per il torio occorre associare un impianto chimico al reattore per permettere di avere combustibile che sia in grado di sostenere la reazione di fissione”. Il problema infatti è che il torio, non è un elemento fissile. Non è radioattivo e cioè non libera dal suo nucleo neutroni che poi vanno a spaccare nuclei di altri atomi. Detta in maniera più semplice il torio da solo non brucia, e nemmeno si accende. Per la verità neanche l’uranio naturale, l’ uranio 238 si accende, ma nei reattori tradizionali si usano miscele di uranio parzialmente arricchito e cioè che contiene al suo interno un isotopo radioattivo dell’uranio naturale, l’ uranio 235, che invece è radioattivo e permette di sostenere la reazione a catena. Il problema dell’utilizzo delle centrali a torio nasce proprio da questa considerazione. Che non è del tutto marginale.

Non basta infatti mettere una fiammella sotto una barra di torio per liberare l’energia contenuta all’interno dei suoi atomi. Almeno non una fiammella tradizionale. Ne serve una atomica. Serve cioè bombardare con dei neutroni. Ci sono due metodi per fare questo. Il primo è miscelare il torio con elementi radioattivi, per esempio uranio arricchito o plutonio. Il secondo sistema, e questo è il frutto dell’intuizione di Carlo Rubbia quando era alla guida dell’Enea, consiste nel bombardare il torio con un fascio di neutroni prodotti in un acceleratore di particelle. Ottenendo così la cosiddetta trasmutazione per spallazione. I neutroni colpiscono gli atomi di torio e li trasformano, meglio trasmutano, in un altro elemento, l’ uranio 2333, un isotopo non esistente in natura e fortemente radioattivo. Al punto da riuscire a bruciare in maniera più efficiente anche dell’uranio 235 e del plutonio. Ora questa trasmutaz! ione si attiene anche utilizzando come innesco del torio, uranio arricchito. Ed è proprio quello che avviene negli attuali reattori alimentati a torio. “ Il ciclo torio-uranio233 – spiega Emilio Santoro, direttore del reattore Triga dell’Enea - è talmente efficiente che introducendo in reattore 100 kg di si ottengono 120 kg di materiale fissile”. In pratica di benzina. “ I reattori al torio sono estremamente efficienti – spiega Santoro – come del resto quelli cosiddetti superveloci alimentati a plutonio che sono in pratica la quarta generazione di reattori in fase di sviluppo e che credo possano essere il vero nucleare del futuro”.

Impianti al torio erano stati sviluppati anche in Occidente. Proprio ai primordi dell’epopea nucleare, nel 1957 e sotto gli auspici del presidente Usa Eisenhower venne infatti inaugurata la centrale di Shippingport, un piccolo impianto di appena 60 Megawatt di potenza totalmente alimentata a torio. L’idea era quella di collaudare reattori di taglia utile a far girare le eliche delle grandi portaerei americane. Da allora però la storia cambiò rotto e solo pochi altri impianti, come quello di Elk River (le cui barre di combustibile vennero spedite in Italia e ora sono al centro Enea di Trisaia) sono stati realizzati. Solo in India si è puntato molto su questa tecnologia e sono stati effettuati dei reattori alimentati a torio. Negli ultimi anni pero’ questa particolare tecnologia è tornata di moda, soprattutto in Cina che sta puntando moltissimo sul nucleare sia di terza che di quarta generazione. Anche negli Stati Uniti si torna a parlare dei reattori a torio. Principale sostenitore di questa tecnologia è Alvin Weimberg, direttore dei laboratori di Oak Ridge e fondatore della National Science Foundation, che già nel 1958 pubblica un libro di 978 pagine in cui espone la possibilità di creare reattori al torio con combustibile liquido. Un progetto che ora è stato rispolverato anche in America). E, per un breve periodo venne studiato anche in Italia.

Nel nostro paese, infatti nella prima metà degli anni 2000, all’Enea si cominciò a sviluppare l’idea proposta da Carlo Rubbia, il cosiddetto Rubbiatron. In pratica si tratta di un reattore al torio che viene acceso non da plutonio, ma da un fascio di neutroni sparati con un acceleratore di particelle. I neutroni colpiscono la barra di torio e innescano la reazione. Con il vantaggio che il fascio di neutroni può essere interrotto in ogni momento proprio come se si trattasse di un vero e proprio interruttore. “ Proprio nell’impianto Triga, alla Casaccia, un piccolo reattore sperimentale, – racconta Santoro – venne iniziata la fase di verifica del progetto che però si arresto’ davanti alla mancanza dei fondi necessari per la realizzazione dell’acceleratore”.

Da: "Wired.it" - 26 marzo 2011 di Emanuele Perugini

23 gennaio 2011

Super B, l'acceleratore italiano

Un acceleratore di particelle a base italiana: è il Super B, un progetto dell'Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare) portato avanti in collaborazione con istituti appartenenti ad altre dieci nazioni. E ora sembra più vicino. Pochi giorni fa, infatti, il Ministero dell'istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur) ha annunciato di aver messo a disposizione 20 milioni di euro per la realizzazione della macchina e di un laboratorio internazionale di ricerca.

Il nuovo acceleratore non avrà le dimensioni gigantesche del famoso LHC e lavorerà ad energie molto più basse. L'obiettivo del progetto è far scontrare fasci di particelle estremamente compatti, piccoli e corti, estremamente densi. Secondo l'Infn, il SuperB (il nome deriva dai mesoni B, alcune delle particelle che l'acceleratore dovrebbe produrre) permetterà di aumentare di 100 volte, rispetto al limite attuale, il numero di reazioni prodotte in un dato tempo in laboratorio; inoltre, offrirà l'opportunità di studiare processi rari di decadimento di particelle che potrebbero evidenziare effetti non previsti dalle teorie oggi più accreditate.

SuperB nasce dalle idee sviluppate e sperimentate in Italia nei Laboratori nazionali Infn di Frascati, con l’acceleratore Dafne. Gli esperimenti e le simulazioni svolti finora suggeriscono che la macchina potrà produrre coppie di particelle (1.000 di mesoni B, altrettante di leptoni τ e diverse migliaia di mesoni D) per ogni secondo di operazione a pieno regime.

In totale, per costruire l'acceleratore a partire da una macchina dimessa dal 2008, il PEP II di Stanford in California (Usa), serviranno 400 milioni di euro: una cifra ben più importante rispetto ai 20 milioni messi a disposizione finora dal governo italiano. Tuttavia Roberto Petronzio, presidente dell'Infn, sembra convinto del fatto che il Miur sia pronto ad investire altri 250 milioni di euro nei prossimi cinque anni.

l'Infn spera che il Ministero approvi un piano di costruzione che preveda l'inizio dei lavori già il prossimo anno e l'entrata in funzione dell'acceleratore intorno al 2016. Si aspetta, però, anche che Stati Uniti mettano ufficialmente a disposizione quel che resta del PEP II: materiali dal valore di 100 milioni di dollari; David MacFarlane, direttore del dipartimento di fisica delle particelle e astrofisica degli Slac National Accelerate Laboratory (e dell'acceleratore in disuso), sarebbe pronto a cedere a patto di una futura collaborazione.

Le possibili ricadute pratiche? I campi sono moltissimi. C’è già chi immagina radiografie superveloci, litografie avanzate (per esempio per creare minuscoli despenser da applicare sotto pelle per la somministrazione dei medicinali) e studi di dettaglio del comportamento delle singole molecole nei processi chimici.

16 luglio 2010

Se la Terra smettesse di girare...

La Terra sta progressivamente rallentando la sua velocità di rotazione. E se si fermasse completamente, smettendo di girare su se stessa? Come si modificherebbe la sua geografia? E come cambierebbero le nostre abitudini? Ecco le inquietanti risposte elaborate da un programma di modellazione geografica di ultima generazione.


Tranquilli: nessuna bufala mediatica è in agguato e nessuna nuova catastrofe minaccia il nostro pianeta. Che la Terra smetta di ruotare su se stessa, per ora, non è nemmeno un’ipotesi. Ma Witold Fraczek, ricercatore presso ESRI, una software house specializzata in sistemi informatici per la geografia, ha voluto mettere alla prova uno dei più potenti programmi di geomodellazione della sua azienda e ha simulato al computer un progressivo rallentamento della rotazione della Terra attorno al proprio asse, fino a un suo completo arresto. Cosa accadrebbe al nostro pianeta se venisse a mancare completamente la forza centrifuga?

Oceani equilibristi
Il livello dei mari e degli oceani è determinato dall’equilibrio tra la forza gravitazionale della Terra, che li attira verso il suo centro, e la forza centrifuga data dalla rotazione del pianeta attorno al proprio asse (1.667 km/h all’equatore): è proprio questa forza che conferisce alla Terra la sua forma "schiacciata" con i maggiori accumuli di acqua attorno all’equatore. Se questa forza centrifuga venisse a mancare, il sistema Terra tenterebbe di trovare un nuovo equilibrio mediante catastrofiche e inimmaginabili trasformazioni geologiche. La forza gravitazionale del pianeta non avrebbe più alcun antagonista e rimarrebbe l’unico elemento significativo a controllare il livello delle acque: Sole e Luna, a causa della distanza, avrebbero sulle maree un effetto impercettibile. Gli oceani, alla ricerca di una nuova stabilità, migrerebbero progressivamente verso i poli, facendo emergere una nuova zona asciutta lungo tutta la fascia equatoriale.

Bye bye Padania…

Nascerebbe così un supercontinente che separerebbe due sconfinati oceani polari: un oceano boreale a nord e un oceano australe a sud. A nord del 41° parallelo (Chicago) e a sud del 34° (Buenos Aires), tutto sarebbe sommerso dai nuovi mari. Le prime zone ad essere invase dalle acque sarebbero le grandi pianure del Canada e della Siberia. Dell’Italia a nord di Napoli rimarrebbe dunque ben poco, tranne qualche cima alpina.
E cambierebbero anche le nostre giornate: se l’unico moto della Terra fosse la rivoluzione attorno al Sole, un giorno durerebbe quanto un anno intero.

Il giorno più lungo

Veniamo ora alle brutte notizie: il nostro pianeta sta effettivamente rallentando il suo moto. Secondo i ricercatori 400 milioni di anni fa, la Terra durante una rivoluzione attorno al Sole compiva 40 rotazioni su stessa in più: l’anno solare era quindi 40 giorni più lungo. Cosa la sta rallentando? Secondo gli scienziati le frizioni mareali, cioè l’attrito tra le gli oceani e i litorali provocato dall’andamento delle maree. Ovviare a questo lento ma inesorabile fenomeno non è possibile, ma occorre almeno un rimedio numerico che eviti lo sfasamento tra il periodo di rotazione terrestre e la durata convenzionale del giorno solare. La "pezza" è stata introdotta nel 1956, quando la comunità scientifica internazionale ha deciso di aggiunge periodicamente una frazione di secondo alla durata del giorno solare. Questo escamotage non salverà la Terra dalla catastrofe, ma il problema potrà essere tranquillamente ri-esaminato tra 4 miliardi di anni. «La cosa più interessante», conclude Fraczek, «è che la Terra è un corpo vivo e dinamico e che questo infinitesimale ma costante rallentamento sta cambiando la forma del pianeta rendendolo sempre più sferico».

Tratto da: Focus.it, 15 luglio 2010

1 febbraio 2010

Omeopatia vs. Medicina


L’ora zero è scoccata alle 10 e 23 di ieri fuso di Greenwich, e fra poco vi spiegheremo come mai anche il numero aveva il suo perché. Alle 10 e 23 dunque, dalla Gran Bretagna all’Australia, dal Canada agli Stati Uniti, 300 entusiasti signori in maglietta corredata da slogan («dentro non c’è niente») hanno messo in scena quel che poteva maledettamente somigliare a un avvelenamento di massa: oplà, un granulo dopo l’altro, hanno inghiottito l’intero contenuto di un flacone di «arsenicum album», rimedio omeopatico a base di arsenico contro l’insonnia e l’intossicazione da cibo. 84 pastiglie in tutto, deglutite fra sorrisi compiaciuti e «yum yum» deliziati. Il loro scopo: dimostrare che non si tratta altro che di confetti allo zucchero, perché secondo loro l’omeopatia è una ciarlatanata e non cura proprio nulla. Se qualche effetto fa, concedono, è dovuto al famoso effetto placebo, ed è cioè questione di suggestione psicologica.

La protesta (finora non risultano ricoveri in ospedale) era rivolta soprattutto a «Boots», la catena britannica di farmacie che vende preparati omeopatici nel reparto riservato ai medicinali. «Loro si fanno scudo della libertà del consumatore - ribadiva un manifestante in un centro commerciale di Southampton - ma se davvero gli stesse a cuore fornirebbero più informazioni su quello che tengono in negozio». Senza contare il dispendio per la comunità: ogni anno, dei 40 milioni di sterline spesi nel Regno Unito per trattamenti omeopatici, pari a circa 50 milioni di euro, un buon dieci per cento è rifuso dal servizio sanitario nazionale. Eppure i principi omeopatici sfidano le leggi scientifiche, ed ecco il perché delle 10 e 23: 6 x 10 alla 23esima è infatti, approssimativamente, la cosiddetta costante di Avogadro, che fissa il numero di molecole contenuto in una mole di sostanza. E siccome uno dei principi basilari dell’omeopatia sta nella diluizione delle sostanze (insieme a quello fondamentale della similitudine, cioè del curare una malattia con la stessa cosa che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nel malato), le leggi della chimica provano che il prodotto finale è così diluito da non contenere neanche una molecola della sostanza di partenza. «Acqua fresca», appunto, come stava scritto sul cartello brandito da uno dei manifestanti. La sua foto è già su «flickr», un sito dove si condividono fotografie con gli iscritti.

Ma la protesta di ieri, lanciata dagli «scettici» della «Merseyside Skeptics Society» di Liverpool, è stata soprattutto il frutto di una caratteristica nazionale britannica particolarmente spiccata e combattiva: il non crederci, il voler sempre andare a sperimentare e a toccare con mano. I nipotini di John Locke e David Hume, i filosofi dell’empirismo, sono arrivati nei centri commerciali con un piccolo accompagnamento musicale e hanno eseguito la loro deglutizione rituale con la solennità di un Edward Jenner che inoculi il vaccino del vaiolo. Prima, tuttavia, hanno rivolto un avvertimento alle macchine da presa che testimoniavano il gesto: «Attenzione, noi sappiamo come farlo e lo facciamo al posto vostro. Voi però non provateci in prima persona». Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.

da: "La Stampa"

10 giugno 2009

Naica: Viaggio nella grotta dei cristalli


Colonne di cristallo lunghe fino a dodici metri formano un’intricata foresta trasparente. Incroci di lame taglienti e purissime. Potrebbe essere un paesaggio di ghiaccio, se non ci trovassimo a trecento metri di profondità, a una temperatura di cinquanta gradi centigradi e con un’umidità relativa pari al cento per cento che rende la temperatura percepita di 95-100 gradi Humidex (indice usato per valutare il benessere climatico dell’essere umano in relazione all’umidità e alla temperatura). È la Cueva de los Cristales, la Grotta dei cristalli, all’interno della miniera di Naica nel Nord del Messico. Scoperta nel 2002, questa grotta fa parte di un complesso di grandi geodi (cavità completamente ricoperte di cristalli) di selenite - gesso -, insieme alla Grotta delle spade, la Grotta delle candele e la grotta Occhio della regina. A rendere eccezionale il sito è la grandezza dei cristalli: non solo sono i più grandi scoperti finora, ma sono dieci volte più grandi di quanto si credesse possibile.

Da quando è stata scoperta, la grotta dei cristalli è stata il sogno di tutti gli speleologi, compreso Tullio Bernabei, il primo a esplorarle e colui che insieme al gruppo La Venta, ha dato vita al Proyecto Naica. Il progetto ha avuto e ha come obiettivo lo studio e la documentazione di questo fenomeno incredibile di mineralizzazione. Il documentario esclusivo “Viaggio nella grotta dei cristalli” è il primo frutto di questo ambizioso lavoro. Tutto l’incredibile viaggio che ha portato all’esplorazione di questo complesso di grotte, perfettamente conservato grazie anche agli sforzi della compagnia Peňoles proprietaria della concessione mineraria, viene minuziosamente raccontato. Passo passo seguiamo - attraverso le immagini - l’ideazione dell’attrezzatura di sopravvivenza che rende possibile entrare e muoversi nelle grotte per non più di trenta minuti. Siamo spettatori attenti dei primi ingressi nella grotta, della sofferenza e meraviglia degli speleologi.

Le immagini sembrano raccontare l’esplorazione di pianeti sconosciuti e non la realtà che abbiamo sotto i piedi. Ogni missione porta nuove domande e nuovi attori sulla scena. Nel corso degli anni il team di ricerca ed esplorazione si arricchisce di specialisti: geologi, biologi degli ambienti estremi, artisti, tecnici delle immagini, astrofisici, e così via. Il progetto Naica è stato un lavoro di ricerca internazionale e multidisciplinare che ha impegnato e impegna scienziati di tutto il mondo in una vera e propria lotta contro il tempo. Tra sei anni, infatti, la miniera verrà chiusa e l’acqua che adesso viene pompata fuori per permettere lo scavo riempirà nuovamente la grotta, nascondendola forse per sempre.

Per rendere possibili le riprese è stato necessario proteggere le telecamere e controllarle a distanza di sicurezza, circa 100 metri. Per far questo è stato costruito un robot, Aktun, in grado di muovere scatole di legno massiccio fissate a una struttura metallica, supporto per telecamere e macchine fotografiche. Molte delle immagini però, anche alcune tra le più suggestive, sono state registrate dagli stessi speleologi durante le missioni di esplorazione.

DA:"GalileoOnLine"

3 giugno 2009

Dai pomodori italiani una pillola contro le malattie cardiache


I pomodori italiani aiuteranno a sconfiggere le malattie cardiache. Un nuovo farmaco, sviluppato dalla Cambridge Theranostics, utilizza una forma di “licopene”, un antiossidante normalmente contenuto nei pomodori, per impedire l’ostruzione delle arterie e per liberarle dal colesterolo cattivo.

Già da tempo si sapeva, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico “Daily Mail”, che il licopene dà ai pomodori il loro caratteristico color rosso e che aiuta prevenire infarti e malattie cardiache. Tuttavia, non tutto il licopene presente in un pomodoro è utilizzabile dal corpo umano, che è capace di assorbirne solo una parte.

Il licopene si presenta infatti in due “isomeri”, cioè in due forme differenti della stessa molecola: la forma “trans”, della quale i pomodori rossi sono ricchi ma che è difficile da assorbire, e la forma “cis”, molto più facile da utilizzare per il corpo umano.

La varietà di pomodoro utilizzato dai ricercatori inglesi nell’ultimo studio si chiama pomodoro tangerino, ha un bel colore arancio, si coltiva in Italia ed è ricco del licopene “buono”, facile da assorbire. Il nuovo farmaco derivato da questi pomodori è una pillola chiamata “Ateronon” e sarà presentato oggi a Londra in un convegno internazionale di cardiologi.

Gli studi finora svolti hanno dimostrato che è capace di ridurre il colesterolo “cattivo” del 90 per cento nell’arco di due mesi; ulteriori test clinici si svolgeranno presso l’Addenbrookès Hospital in Cambridge e alla Harvard Medical School negli Usa.

Peter Kirkpatrick, chirurgo neurovascolare a capo dello studio, ha spiegato: «Ateronon è il risultato dei numerosi studi condotti sulla dieta Mediterranea. I benefici del licopene all’interno di questa dieta non possono essere ignorati: Ateronon sarà un modo più efficace per poterlo ottenere. Si tratta di prodotto naturale e sicuro».

27 maggio 2009

Arriva la generazione dei «nativi digitali»


I bambini di oggi che crescono con l'elettronica avranno il cervello più sviluppato per certe facoltà e meno per altre. «Avranno attitudini multitasking sbalorditive, ma difficoltà a vivere le emozioni»

Fin da piccolissimi con il telefonino o con il telecomando fra le mani. Per non parlare della precocissima confidenza con i videogame. I bambini di oggi già all'asilo hanno capacità di decrittare icone su televisioni e computer. Come saranno una volta adulti?

«Dal 2000 circa in poi il genere umano ha subito un'ulteriore evoluzione. Dopo l'Homo sapiens sapiens è la volta della generazione dei nativi digitali. Una nuova umanità figlia di cellulari e videogiochi, che ha già un cervello diverso dal nostro» ha spiegato all'agenzia Adnkronos Salute Tonino Cantelmi, docente di psichiatria dell'Università Gregoriana di Roma e presidente dell'Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici. «Abbiamo esaminato un vasto campione di bimbi, nati a partire dal 2002. Concentrandoci sulle caratteristiche dei nativi digitali, figli della "generazione di mezzo" e nipoti dei "predigitali" - chiarisce lo psichiatra, che a questo tema ha dedicato un libro, «L'immaginario prigioniero» (Mondadori), scritto con la psicoterapeuta Maria Rita Parsi - Questi piccoli hanno un apprendimento più percettivo e meno simbolico, e sono dotati di abilità viso-motorie eccezionali. Una volta adulti - aggiunge - saranno spesso uomini e donne incapaci cioè di riconoscere le emozioni interne, ma abilissimi a rappresentarle». Inoltre saranno ragazzini e poi giovani «multitasking», capaci di utilizzare contemporaneamente vari mezzi tecnologici senza timore o paura.

SARÀ DIFFICILE «CAPIRLI» - Per la generazione dei nativi digitali, che in questi anni sono ancora sui banchi di materna ed elementare, «le emozioni non sono vissute, ma piuttosto rappresentate. Saranno abilissimi a tecnomediare le relazioni. E, naturalmente, comunicare con loro sarà difficile sia per la generazione di mezzo, che per i predigitali», prevede Cantelmi. Infatti l'uso di vari strumenti tecnologici fin da bambini attiva aree cerebrali differenti. E predispone a svelare senza fatica i segreti delle strumentazioni più high-tech. Tutti genietti del computer, dunque? «Non solo, questa generazione - racconta lo psichiatra - nasce con l'esperienza della democrazia dal basso. La pressione del gruppo di coetanei con cui si condividono le chiacchiere digitali sarà fortissima, e presto sulla rete si commenteranno eventi e avvenimenti, piccoli e grandi». Dall'uscita di un film in 3D, all'apertura del negozio sotto casa. Il futuro dei nativi digitali, secondo Cantelmi, è sempre più scritto nei blog. E la Rete «muterà per alimentare le passioni e i modi di socializzazione di questa generazione in crescita. Affamata di novità - conclude - e bravissima a sintetizzare con un'icona i suoi messaggi al clan degli amici», via mail su telefonini sempre più ricchi di applicazioni.

Da:"Corriere.it" - Corriere della Sera

20 maggio 2009

Una "Venere" di 35.000 anni fa

Risale ad almeno 35.000 anni fa la piccola scultura femminile in avorio di mammut ritrovata nella grotta di Fels (Hohle Fels), vicino alla cittadina di Schelklingen, nel Giura svevo, nella Germania sud-occidentale. Questa datazione della "Venere di Hohle Fels" indica che essa rappresenta uno dei più antichi esempi di arte figurativa del mondo. Per fare un confronto, la famosa "Venere di Willendorf", il più celebre esempio di scultura paleolitica, secondo le più recenti datazioni risale a 22-24.000 anni fa.

La scoperta è descritta in un articolo a firma Nicholas J. Conard, dell'Istituto di studi preistorici dell'Università di Tübingen, pubblicato su "Nature".

La datazione al radiocarbonio degli orizzonti stratigrafici nella cui prossimità è stata ritrovata la nuova Venere indica un periodo compreso fra i 31.000 e i 40.000 anni, e l'insieme dei dati stratigrafici la fanno attribuire agli albori del periodo cosiddetto Aurigniaziano. (Un orizzonte stratigrafico è un'interfaccia che indica una posizione particolare nella successione stratigrafica, dotata di caratteristiche tali da poterne seguire l'andamento laterale.)

La Venere di Hohle Fels era stata rinvenuta nel settembre 2008 a tre metri sotto l'attuale pavimento della grotta, a una ventina di metri dall'ingresso della caverna. Alta otto centimetri, la scultura appare ben conservata, pur mancandole il braccio sinistro.

La Venere di Hohle Fels si caratterizza per una serie di tratti molto originali che la distinguono dalle altre Veneri posteriori. La prima cosa che si nota è l'assenza della testa, al cui posto, al di sopra delle larghe spalle è scolpito un piccolo anello inciso. Le braccia sono corte con mani ben scolpite dalle dita chiaramente identificabili appoggiate sul ventre, appena al di sotto del prominente seno, mentre una serie di linee orizzontali tracciate su tutto il corpo richiamano la presenza di un vestito o un drappeggio.

Da:"Le Scienze"

13 maggio 2009

La scienza si gioca on line


Un sito per divulgare la scienza dedicato ai bambini dai 6 ai 12 anni di età, dove materie politecniche come fisica, chimica, tecnologia, archeologia e scienze ambientali sono affrontate attraverso animazioni e quiz. PoliLab-Kids, questo il nome del progetto realizzato da Hoc-Lab del Dipartimento di elettronica e informazione del Politecnico di Milano, è il frutto di un lavoro multidisciplinare: i contenuti sono stati forniti dai docenti del Politecnico, dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr e dell’Università della Svizzera Italiana, mentre insegnanti della scuola primaria e secondaria hanno scritto i dialoghi dei personaggi protagonisti delle animazioni.

Utilizzando un linguaggio appropriato e accattivante, animazioni divertenti (ne sono disponibili oltre cento e si prevede di aggiungerne altre 200 entro il 2010) e curiosità, il sito si propone come uno strumento didattico complementare a quelli offerti dalla scuola. Dopo un periodo di sperimentazione che ha coinvolto circa 150 bambini, gli Uffici scolastici regionali e le Sovraintendenze agli studi delle province autonome hanno riconosciuto il valore educativo di PoliLab-Kids, siglando una convenzione con il Politecnico di Milano per favorirne la diffusione.

Al momento ci sono circa mille insegnanti e bambini registrati e l’accesso ai contenuti è gratuito. Da settembre, però, con l’inizio del nuovo anno scolastico le cose cambieranno e la registrazione prevederà un abbonamento. “Il Politecnico ha investito 200 milioni di euro per questo progetto e vogliamo capire se si tratta di soldi spesi bene, per un servizio che serve ai cittadini”, spiega Paolo Paolini, responsabile del progetto. “Il mondo della didattica è pieno di iniziative finanziate con fondi ingenti ma poi nelle scuole non vengono usate. Attraverso l’abbonamento avremo modo di capire se c’è interesse per il nostro lavoro e di conseguenza prendere delle decisioni, anche quello di chiudere perché non funziona”.

L’abbonamento potrà essere accesso dalle famiglie, per poche decine di euro all’anno, o dalle scuole che lo metteranno a disposizione di tutti gli insegnanti. I docenti, poi, avranno modo di estendere il loro accesso per 30 giorni anche a tutti gli alunni della classe. Il portale metterà a disposizione specifici percorsi didattici per affrontare in modo organico alcuni argomenti dei programmi scolastici e insegnanti e genitori potranno creare percorsi personalizzati per guidare la consultazione dei bambini.

Da:"Galileo On Line"

7 maggio 2009

G8 University Summit

A Torino si terrà il G8 University Summit, l'incontro tra i rettori delle università dei paesi appartenenti al G8 e di altri paesi. Dopo l'incontro dell'anno scorso, in Giappone, a Sapporo, quest'anno sarà dal 17 al 19 maggio, presso il Politecnico.

L'idea è quella di dare un ruolo di primo piano alle università come interlocutore preferenziale dei governi mondiali. E l'argomento guida sarà lo sviluppo sostenibile dell'economia umana, dello stile di vita globale.

Durante il Summit gli esponenti del mondo universitario mondiale, avranno la possibilità di discutere sul ruolo e il contributo dell’università nello sviluppo e sostenibilità, non solo ambientale ma anche sociale.

Interessante poi è che anche gli studenti, avranno la possibilità di partecipare direttamente alla discussione sullo sviluppo sostenibile al G8 University Students’ Summit, dedicato appunto esclusivamente agli studenti dei paesi del G8, l’8 e 9 maggio 2009 a Palermo.

I sindacati, partiti e associazioni studentesche che fanno parte del movimento nazionale Rete contro il G8 hanno annunciato nuove mobilitazioni per protestare contro il Summit.

Il programma di incontri, dibattiti, concerti e mostre contro il G8 dell’Università è già stato avviato presso Palazzo Nuovo, Facoltà di Lettere dell’Università di Torino, dove si protrarrà fino a venerdì 8 maggio, in attesa dell’assemblea nazionale dell’Onda di martedì 19 maggio.

29 aprile 2009

Influenza da virus A/H1N1: domande e risposte


Cos'è la nuova influenza provocata da virus A/H1N1?

La nuova influenza umana da virus A/H1N1. La nuova influenza A/H1N1 è un infezione virale acuta dell’apparato respiratorio con sintomi fondamentalmente simili a quelli classici dell’influenza: febbre ad esordio rapido, tosse, mal di gola, malessere generale. Come per l’influenza classica sono possibili complicazioni gravi, quali la polmonite, e casi mortali. I primi casi di questa nuova influenza umana da virus A/H1N1 sono stati legati a contatti ravvicinati tra maiali e uomo; il nuovo virus A/H1N1 è infatti un virus di derivazione suina. Nell’uomo infezioni da virus influenzali suini sono state riscontrate occasionalmente fin dagli anni 50 e sono legati ad esposizione e contatti ravvicinati (1-2 metri) con suini, ma il nuovo virus A/H1N1 si è ora adattato all’uomo ed è diventato trasmissibile da persona a persona. L’influenza non viene trasmessa attraverso il cibo e si sottolinea come, anche se i primi casi siano stati legati a suini, non vi sia alcun rischio di infezione attraverso il consumo di carne suina cotta o prodotti a base di carne suina. Trattandosi di un nuovo virus influenzale, la vaccinazione con i tradizionali vaccini antinfluenzali (vaccini stagionali) molto probabilmente non è efficace; la vaccinazione contro l’influenza classica è comunque una misura raccomandata in caso di viaggi.

Come nasce la nuova influenza?
Quando virus influenzali di differenti specie animali infettano i suini, i virus possono andare incontro a fenomeni di "riassortimento" e nuovi virus che sono un mix di virus umani/aviari/suini possono emergere. Nel corso degli anni, sono emerse diverse varianti di virus influenzali suini; al momento, nei maiali sono stati identificati 4 sottotipi principali di virus influenzali di tipo A: H1N1, H1N2, H3N2, and H3N1. Comunque, la maggior parte dei virus isolati recentemente nei maiali sono stati H1N1

Quali sono i sintomi della nuova influenza umana da virus A/H1N1?

I sintomi della nuova influenza umana da virus A/H1N1 sono simili a quelli della "classica" influenza stagionale e comprendono: febbre, sonnolenza, perdita d'appetito, tosse. Alcune persone hanno manifestato anche raffreddore, mal di gola, nausea, vomito e diarrea.

Quanto è grave l'influenza da virus A/H1N1 nell'uomo?
Come l'influenza stagionale, l'influenza da virus influenzale A/H1N1 nell'uomo può presentarsi in forma lieve o grave. Come l'influenza stagionale, può causare un peggioramento di patologie croniche pre-esistenti e in passato sono stati segnalati casi di complicazioni gravi (polmonite ed insufficienza respiratoria) e decessi associati ad infezione da virus A/H1N1.

Le persone possono prendere la nuova influenza umana da virus A/H1N1 mangiando carne di maiale?
No, i virus della nuova influenza umana da virus A/H1N1 non sono trasmessi dal cibo; non si può contrarre tale influenza mangiando maiali o prodotti a base di carne di maiale. Mangiare carne maneggiata in maniera appropriata, carne cotta e prodotti a base di carne suina non comporta alcun rischio. Cuocere la carne a temperatura interna di 70-80° gradi uccide il virus dell'influenza, così come gli altri batteri e virus, al pari della stagionatura.

Come si trasmette la nuova influenza umana?

La trasmissione da uomo a uomo del virus dell'influenza si può verificare per via aerea attraverso le gocce di saliva di chi tossisce o starnutisce, ma anche per via indiretta attraverso il contatto con mani contaminate dalle secrezioni respiratorie. Per questo una buona igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie è essenziale nel limitare la diffusione dell'influenza.

Per quanto tempo una persona infetta può trasmettere il virus dell’influenza umana da nuovo virus A/H1N1 ad altre persone?

Le persone con influenza umana da nuovo virus A/H1N1 sono da considerare potenzialmente contagiose per tutto il periodo in cui manifestano sintomi, generalmente per 7 giorni dall’inizio della sintomatologia, più il giorno che precede l'insorgenza dei sintomi. I Bambini, specialmente quelli più piccoli, possono potenzialmente diffondere il virus per periodi più lunghi.

Cosa si può fare per proteggersi dall’influenza umana da nuovo virus A/H1N1?
In questo momento non c’è un vaccino che sia efficace contro l’influenza da virus A/H1N1; ci sono tuttavia azioni comuni che aiutano a prevenire la diffusione di germi che causano infezioni respiratorie come l’influenza:

* coprire con un fazzoletto naso e bocca quando si starnutisce e gettare il fazzoletto nella spazzatura dopo averlo usato
* lavare spesso le mani con acqua e sapone specialmente dopo avere tossito o starnutito ; sono utili ed efficaci anche detergenti per le mani a basi di alcol
* cercare di evitare contatti con persone malate
* in caso di influenza, rimanere a casa e limitare i contatti con altre persone per evitare di infettarle
* evitare di toccare occhi, naso e bocca perché i germi si diffondono proprio in questo modo

Come si può diagnosticare l'infezione da virus influenzale A/H1N1 nell'uomo?
Per la diagnosi di tale influenza è necessario raccogliere un campione di secrezioni respiratorie (tampone nasale o faringeo) entro i primi 4 – 5 giorni dall'inizio dei sintomi (quando è maggiormente probabile che la persona elimini i virus). Comunque, alcune persone e in particolar modo i bambini possono eliminare il virus influenzale per 10 giorni e più. L'identificazione del virus richiede l'invio del campione ad un Laboratorio di riferimento. E' il medico ad indirizzare l'eventuale caso sospetto al laboratorio di riferimento.

Quali farmaci possono essere usati per trattare le infezioni da virus influenzali A/H1N1 nell'uomo?
Sono disponibili diversi tipi di farmaci antivirali per il trattamento dell'influenza: amantadina, rimantadina, oseltamivir e zanamivir. Mentre la maggior parte dei virus si sono rivelati suscettibili a tutti e quattro i farmaci, il nuovo virus influenzale è risultato resistente alla amantadina e alla rimantadina; pertanto solo oseltamivir e zanamivir sono raccomandati per il trattamento della nuova Influenza.

Quando sarà pronto il vaccino?
Un vaccino non esiste al momento, il virus è stato isolato e sequenziato e ci sono tutte le indicazioni disponibili per produrre un vaccino, che potrebbe essere pronto nel giro di tre-quattro mesi.

Da:"ministerosalute.it" - Sito ufficiale del Ministero della Salute

15 aprile 2009

Nasa, nello spazio profondo immortalata la "Mano di Dio"



Washington - Una gigantesca mano che sembra ghermire una manciata di stelle. Questa l’incredibile immagine, ribattezzata la "Mano di Dio" dai tecnici della Nasa, scattata ai raggi X dal telescopio orbitante Chandra. In realtà si tratta di una nebulosa distante circa 17 mila anni luce dalla Terra, che si estende per 150 anni luce. All’origine dello spettacolare fenomeno una pulsar, una stella di neutroni (B1509) che girando vorticosamente su se stessa, scarica nel cosmo la sua energia che alimenta la nebulosa. La stella di neutroni misura poco più di 20 chilometri di diametro e ha appena - dal punto di vista comsico - 1.700 anni.

da:"Il Giornale"

8 aprile 2009

Traffico sempre fluido nel mondo delle formiche


Riescono a muoversi mantenendo la loro velocità e una distanza costante una dall'altra anche con densità di traffico sempre più elevate grazie a uncomportamento fortemente cooperativo

Quando il traffico aumenta, tipicamente diventa sempre meno fluido e la velocità rallenta e abbastanza frequentemente si arriva a un blocco temporaneo. Se questa è una regola costante per le nostre strade, non lo è invece per le formiche: anche quando la densità di traffico aumenta notevolmente, come spesso capita, la sua velocità non ne è influenzata né si formano mai blocchi, come se al posto di un nugolo di insetti quel percorso fosse frequentato solo da pochi individui.

La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricercatori tedeschi, indiani e giapponesi che ha studiato il comportamenti di una specie di formiche Leptogenys processionalis e firmano un articolo in proposito sule "Physical Review Letters".

"Il nostro studio dimostra chiaramente che il traffico delle formiche è molto differente da quello veicolare", spiega Andreas Schadschneider, dell'Università di Colonia e di Bonn. E solleva il problema di come riescano praticamente a mantenere fluido il traffico con una densità così elevata. I nostri esperimenti hanno mostrato che cosa succede e ci hanno permesso di elaborare un modello teorico di ciò che può essere all'origine di questo comportamento."

Nello studio i ricercatori hanno rilevato che le formiche tendono a formare plotoni nei quali tendo a muoversi con velocità quasi identiche, riuscendo a viaggiare molto vicine pur mantenendo la loro velocità. All'aumentare della densità, i plotoni si fondono ma le formiche conservano la stessa distanza l'una dall'altra riuscendo così procedere comunque alla stessa velocità.

"Per le formiche un sistema di trasporto efficiente è vitale per la colonia. Non sorprende quindi che l'evoluzione abbai ottimizzato il comportamento delle formiche. D'altra parte i sistemi di trasporto umani riflettono un certo desiderio di libertà e di individualità. A differenza del traffico delle formiche, in quello umano dominano due cose: il comportamento egoistico (non cooperativo) e le dimensioni e il peso dei veicoli, a causa dei quali qualsiasi contatto sarebbe estremamente 'costoso' ".

"Dal punto di vista ingegneristico, i risultati ci danno alcune indicazioni sul modo di migliorare il traffico sulle autostrade. Come mostra l'esempio del tracciato seguito dalle formiche, un comportamento non egoistico può migliorare la situazione per tutti. La cosa è però difficile da ottenere perché, in netto contrasto con le formiche, i guidatori e le macchine hanno un atteggiamento molto diverso. Un altro punto interessante è però la comunicazione fra i veicoli. Lungo il tracciato delle formiche questa avviene per lo più su base chimica, ma in futuro le nostre auto potrebbero essere collegate elettronicamente e trasmettere, per esempio, istantaneamente informazioni sui cambiamenti di velocità, cosa che potrebbe consentire al guidatore che segue di reagire molto più velocemente alla nuova situazione."

Da:"Le Scienze"

1 aprile 2009

NASA: manda il tuo nome su Marte!


La NASA offre l'opportunità di mandare gratis il tuo nome su Marte con il rover Mars Science Laboratory (MSL). Inserisci il nome di battesimo (First Name) e cognome (Last Name), scegli la nazione (Select your Country) e indica il CAP (codice postale) della tua città (Enter your Zipcode).

Verrà visualizzato un certificato di partecipazione che potrai stampare. I nomi raccolti saranno memorizzati su un microchip montato a bordo del rover che atterrerà su Marte.

MSL, il cui lancio è previsto per il 2011, sarà il più grande robot mobile su ruote mai mandato sul Pianeta Rosso. Fra i suoi compiti scientifici c'è la ricerca di tracce di vita primordiale nel passato o nel presente del pianeta.

Ne parlo perché queste iniziative suscitano grande interesse pubblico. C'è un forte desiderio di stabilire un legame personale con il cosmo attraverso la scienza. Il post più letto di Avventure Planetarie è infatti quello in cui suggerisco di non comprare il nome di una stella ma mandarlo gratis nello spazio.

Da:"Avventure planetarie"

25 marzo 2009

In tre anni dalle staminali sangue artificiale sicuro


Sarà possibile produrre quantità illimitate di 'gruppo 0', quello dei donatori universali che non comporta rischi. Forti implicazioni di ordine etico.

Gli scienziati inglesi potrebbero essere i primi al mondo a produrre quantità illimitate di sangue sintetico da cellule staminali embrionali per trasfusioni senza alcun rischio di infezione. Il progetto di ricerca, di cui è stata data notizia alla stampa internazionale proprio in questi giorni, si concluderà fra tre anni con la prima trasfusione in volontari umani di "sangue sintetico", derivato da cellule staminali di embrioni ottenuti con la fecondazione in vitro. Il piano sarà guidato dal professore Marc Turner della Edimburgh University.

Una scoperta del genere potrebbe aiutare a salvare le vite di tutti coloro che sono rimasti vittime di incidenti stradali e che sono rimasti feriti in guerra, rivoluzionando i servizi di trasfusione sanguigna, che attualmente dipendono da un network di volontari donatori di sangue fresco.

Il progetto multimilionario, che coinvolge la NHS Blood and Transplant, il servizio scozzese di trasfusione del sangue a livello nazionale, e il Wellcome Trust, il più grande istituto di ricerca del mondo, mette la Gran Bretagna in una posizione di vantaggio rispetto agli altri Paesi nella corsa mondiale allo sviluppo di sangue in provetta. I ricercatori testeranno gli embrioni umani ottenuti da fecondazione in vitro per trovare quelli geneticamente programmati per sviluppare sangue "O-negativo", gruppo donatore universale adatto ad ogni tipo di trasfusione senza alcun rischio di rigetto.

Questo gruppo sanguigno è relativamente raro (si trova più o meno nel 7% della popolazione), ma potrebbe grazie a questo sistema venire prodotto in quantità illimitata con cellule staminali embrionali, grazie alla loro capacità di moltiplicarsi all'infinito in laboratorio.

L'obiettivo del progetto è quello di stimolare le cellule staminali a svilupparsi in mature cellule sanguigne portatrici di ossigeno, da utilizzare per trasfusioni di emergenza. Sangue di questo tipo avrebbe il vantaggio di non essere a rischio di infezione da virus HIV, epatite o morbo della mucca pazza. I militari sarebbero tra coloro che ne trarrebbero maggior vantaggio, dato che le situazioni di guerra richiedono spesso quantitativi straordinari di sangue fresco da donatori universali.

Ma sviluppare sangue da cellule staminali embrionali incontrerà certamente l'ostacolo più grande, quello del dibattito etico. I curatori del progetto sanno perfettamente che che ci saranno persone non proprio entusiaste all'idea di distruggere degli embrioni per creare cellule staminali. E di mezzo c'è anche la delicata questione filosofica relativa al fatto che quel sangue proverrà da una persona che non è mai esistita. In teoria, infatti, un solo embrione potrebbe soddisfare il fabbisogno di un'intera nazione.

Ricerche simili sono già attive in altri Paesi come Svezia, Francia e Australia. Lo scorso anno un gruppo statunitense, Advanced Cell Technology, aveva annunciato di essere in grado di produrre miliardi di cellule sanguigne dalle staminali ma aveva rinunciato al progetto per lo stop ai finanziamenti in vigore sotto l'amministrazione di George W. Bush. Limiti recentamente rimossi da Barack Obama.

Da:"La Repubblica"

18 marzo 2009

Tanti adulti per sviluppare una buona socialità


Nelle specie sociali, il rapporto fra il numero di adulti e di giovani coinvolti nella relazione "educativa" incide significativamemte sullo sviluppo o meno di comportamenti aggressivi

In molte specie animali gli adulti hanno un ruolo cruciale per lo sviluppo sociale dei più giovani. Una ricerca pubblicata sulla rivista on line ad accesso pubblico PLoS ONE, rivela ora che il rapporto fra il numero di adulti e di giovani coinvolti nella relazione sociale è molto più importante di quanto non sia la mera presenza degli adulti.

Lo studio - condotto da Marie Bourjade, Alice de Boyer des Roches e Martine Hausberger dell'Università di Rennes 1, in Francia - ha analizzato gli effetti del rapporto adulti/giovani in gruppi di cavalli di Przewalski sui tassi di aggressione e di coesione sociale fra gli esemplari giovani.

Studi precedenti avevano mostrato che questo rapporto ha un significato rilevante per l'acquisizione della capacità di canto negli uccelli canori (acquisizione che ha notevoli punti in comune con lo sviluppo delle capacità linguistiche nell'uomo). Le ricercatrici hanno così voluto controllare se questo fattore potesse rispondere a un principio più generale, tale da interessare tutte le specie sociali.

"I cavalli di Przewalski costituiscono un buon modello per studiare i ruoli educativi degli adulti nelle specie che formano gruppi stabili per anni e nei quali, oltre alle cure parentali materne e paterne, si osservi la costante presenza di adulti non imparentati, in questo caso di femmine", spiegano le ricercatrici.

I risultati hanno messo in evidenza notevoli differenze correlate al rapporto numerico adulti/giovani. "Quando in un gruppo il rapporto adulti/giovani è basso, i cavalli giovani sono più aggressivi e più segregati dagli adulti, e stabiliscono legano più forti con altri giovani", osservano le ricercatrici. "I legami più forti fra giovani in gruppi con pochi adulti può diventare un fattore che diminuisce l'attenzione verso gli adulti stessi e verosimilmente ne diminuisce l'influenza quali regolatori del comportamento dei giovani, e in particolare di quelli aggressivi."

"I rapporti numerici adulti/giovani si rivelano essere un importante fattore del consolidamento sociale, che nella valutazione di processi di sviluppo dovrebbe essere preso in considerazione quale potenziale modulatore dell'influenza."

Lo studio, unito ai precedenti, suggerisce quindi che quello esaminato sia un fenomeno molto generale, rilevante non soltanto per il mondo degli animali domestici e selvatici, ma anche per l'educazione dei giovani nella nostra specie.

Da:"Le Scienze"

11 marzo 2009

Staminali senza limiti


Il presidente Obama cancella il divieto, firmato Bush, di finanziare con soldi federali la ricerca sulle embrionali umane.

Un ordine esecutivo per revocare i limiti posti otto anni fa da George Bush ai finanziamenti della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane e un memorandum per il direttore dei National Institutes of Health (NIH) per stabilire le linee guida che dovranno seguire le agenzie di ricerca nell'assegnazione dei fondi. Con queste due mosse Barak Obama ridisegna lo scenario mondiale della ricerca. I centri di ricerca statunitensi, infatti, sono fra i più avanzati nel campo della medicina rigenerativa, ma il divieto di assegnare fondi federali alla ricerca sulle embrionali umane, voluto da Bush nel 2001 e confermato nel 2007, ha limitato il numero di ricerche condotte da questi laboratori.

"Negli scorsi otto anni la ricerca in questo campo è stata limitata da azioni presidenziali. Lo scopo di questo ordine è quello di rimuovere queste limitazioni alla ricerca scientifica, di aumentare il contributo dato agli NIH per esplorare i campi di ricerca sulle cellule staminali, e in questo modo aumentare il contributo degli scienziati americani a nuove importanti scoperte e terapie di cui potrà beneficiare l'intera umanità", ha spiegato il presidente Usa davanti a una platea composta di politici e scienziati.

Nell'arco dei prossimi 120 giorni il capo dei National Institutes of Health dovrà redarre le linee guida per l'attuazione dell'ordine presidenziale secondo le direttive contenute nel memorandum: selezione dei candidati e dei progetti sulla base delle sole credenziali scientifiche, regole e procedure ferree per ogni agenzia, acquisizione a fini politici dei pareri scientifici solo se comprovati, eventualmente sottoposti a peer review, impegno a rendere pubblici i risultati della ricerca, impegno a preservare la ricerca e i suoi risultati da pressioni esterne. Rimane vietata la clonazione umana a fini riproduttivi.

Così Obama va avanti nel mantenere il suo programma elettorale. "Promuovere la scienza non significa solo mettere a disposizione delle risorse", ha detto Obama. "Ma anche proteggere la ricerca in modo che rimanga libera e aperta. Vuol dire consentire agli scienziati di fare il loro lavoro, senza pressioni e coercizioni, e ascoltare quello che hanno da dirci, anche quando non è quello che vorremmo, soprattutto in quel caso. Vuol dire assicurare che i dati scientifici non siano distorti o addomesticati a fini politici e che le decisioni scientifiche siano prese sulla base dei fatti e non delle ideologie".

Da:"Galileo on line"

4 marzo 2009

Sla, alle Molinette nasce una speranza


Un´équipe di Neurologia scopre il gene che regola la malattia dei calciatori.

L´hanno battezzato Sunc1, ed è il più significativo fra i sette geni che favoriscono la comparsa della sla, la micidiale sclerosi laterale amiotrofica che ha ucciso Mao Tse-Tung, l´attore David Niven, di recente il calciatore del Genoa Gianluca Signorini. La scoperta del gene Sunc1, un passo avanti eccezionale nello studio delle cause scatenanti di una malattia di cui si sa ancora molto poco, nasce al Centro Sla dell´ospedale Molinette di Torino guidato da Armando Chiò, il quale ha coordinato la parte italiana di uno studio internazionale (sono stati coinvolti dieci centro italiani, cinque americani, due tedeschi e due londinesi) pubblicato sulla rivista Human Molecular Genetics.

La ricerca è stata condotta su 2.161 pazienti, dei quali 900 italiani. Fra loro anche molti nomi famosi, sportivi, calciatori, una delle professioni più di altre colpite dalla sla. Malati che si sono dimostrati molto disponibili a sottoporsi ad un´indagine che un giorno potrebbe aprire le frontiere ad una possibilità di cura. La ricerca è stata condotta su pazienti affetti da sla di tipo sporadico, vale a dire non ereditaria. La stragrande maggioranza dei casi, considerato che i casi ereditarietà non sono superiori al 5-10 per cento.«Sono abbastanza convinto - spiega Chiò - che un approfondimento successivo dimostrerà che i casi possano anche essere sovrapponibili». Gli studi condotti finora rivelano che le cause della insorgenza della malattia nascono da un intreccio di fattori genetici ed ambientali, si parla infatti di ecogenetica.

Chiò è pronto anche a scommettere che molti altri geni saranno identificati in futuro, oltre ai sette che compaiono nello studio durato due anni: «Mi sembra che questa sia solo la punta dell´iceberg». Un´indagine in due fasi finanziata dall´Istituto superiore di sanità, dalla Regione, dalla Federazione italiana gioco calcio e dalla Fondazione Vialli-Mauro, i due ex-giocatori della Juventus che da anni dedicano tempo e risorse a questa causa benefica. Il costo complessivo è di 1 milione e 500 mila dollari, il 90 per cento dei quali provenienti dagli Stati Uniti, soltanto il 10 per cento fondi italiani.

Ma quali sono le categorie maggiormente colpite dalla sla? Oltre ai calciatori, tutti coloro che operano nel settore agricolo, i saldatori, alcuni reduci della prima guerra del Golfo, persone che di solito fanno molta attività sportiva, anche se non necessariamente agonistica. Riflettori puntati sul diserbanti, su alcune sostanze chimiche, un capitolo da approfondire è quello sui traumi. Per ora si sa che la sla colpisce più gli uomini che le donne (una percentuale di 60 a 40).

Il Centro Sla all´ospedale Molinette di Torino è nato dieci anni più tardi, nel 1992, e tre anni più tardi nasce anche un registro europeo, una banca dati di grandissimo valore. A febbraio di quest´anno sono stati diffusi i dati dei primi dieci anni. Dal 1995 al 2004 i malati in Piemonte sono stati 1.260, mille nel frattempo sono morti. Ogni anno i nuovi casi oscillano fra 120 e 130, ottanta transitano nel centro del San Giovanni Battista, che Chiò guida all´interno del reparto di neurologia universitaria diretto da Roberto Mutani. L´età media dei malati è attorno ai 65 anni, ma la Sla colpisce a qualsiasi età, il più giovane paziente del centro torinese ha 17 anni, il più vecchio 93.

Da:"L'espresso"
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